“Viviamo momenti difficili. Una situazione complessa e sorge il motivato dubbio che sia in atto una crisi strutturale più che congiunturale. Una vera e propria crisi d’identità per la pelle. Siamo disorientati dalla massiccia introduzione di materiali alternativi, da richieste che snaturano i valori intrinseci dei nostri prodotti e dall’essere ormai uno dei settori con il più alto tasso di personalizzazione dei prodotti. Dobbiamo tornare a convincere i nostri clienti a usare la pelle”.
Così il presidente UNIC, Gianni Russo, ha aperto la sua relazione all’annuale assemblea dei conciatori in cui è chiaramente emersa la necessità di contrastare la guerra alla pelle e al cuoio mossa con accuse paradossali, campagne fuorvianti, basate su assunti errati e a volte ridicoli.
La necessità di evidenziare il paradosso per cui nel momento in cui la pelle viene messa in discussione, ne si propone la massiccia sostituzione con materiali sintetici di cui si conoscono bene i negativi effetti collaterali, disconoscendo la millenaria espressione di naturalità, durabilità e creatività della pelle stessa.

Per contrastare questa ondata di falsità UNIC ha recentemente affidato l’incarico a una importante agenzia di comunicazione, che opera a livello internazionale, per una campagna che costruisca un percorso strategico di advertising in grado di contrastare i pregiudizi sempre più diffusi.


Collaboreremo – continua Russo – anche con Leather Naturally – gruppo che raccoglie oltre un centinaio di conciatori, macelli, produttori chimici – che darà vita a simili azioni di sensibilizzazione.

Inoltre proseguirà l’ottimo lavoro già in atto con i corsi di promozione e formazione per studenti e manager. I Roadshow che solo nel 2019 hanno toccato Seoul, Tokyo, Shanghai, Canton, Londra, New York, Madrid, Stoccolma e Stoccarda.

Sul tema insistono anche i Vicepresidenti. Per Piero Rosati – conceria Incas: “Il nostro errore è sempre stato quello di soddisfare solo le esigenze dei clienti, mentre la madre di tutte le battaglie sarà far capire al consumatore finale l’importanza dei prodotti in pelle e di un materiale che rappresenta l’ultimo anello di una filiera da secoli sostenibile e circolare”.

Insiste Graziano Balducci – Presidente della Stazione Sperimentale per l’Industria delle Pelli e delle Materie Concianti (SSIP):


Fino a ora non siamo stati capaci di dire una verità conosciuta fin dalla preistoria, e cioè che il mondo della concia trasforma una materia che altrimenti diverrebbe rifiuto. Dobbiamo dire con chiarezza che oggi in mare non esistono isole di pelle, bensì di plastica. E ovviamente dobbiamo continuare a innovare la concia andando alla ricerca di agenti concianti sempre più naturali.

Chiudono il dibattito, tornando sulla situazione economica, Alessandro Liprandi – conceria Bonaudo e Rino Mastrotto. Il primo non è molto ottimista: “Buona parte dei consumi (quasi il 50%) è appannaggio dell’Asia che ha abitudini d’acquisto diverse da quelle occidentali, meno votate a qualità e artigianato. Inoltre la maggior facilità del taglio del sintetico e l’imperante successo delle sneaker non sembrano aiutare il mondo della pelle”.
Di segno opposto il pensiero di Mastrotto che non vuole arrendersi alla crisi: “La pelle continuerà a essere utilizzata. Non basta più dire che noi italiani siamo bravi, dobbiamo trovare la strada per il futuro della pelle che probabilmente passa per un calo dei volumi produttivi e per un aumento della personalizzazione”.


Risultati economici dell’Industria Conciaria Italiana
Poco brillante il quadro dei risultati dell’Industria Conciaria Italiana che si è composto nel 2018 con un leggero calo in volume (molto più importante per quanto riguarda il cuoio suola) e una discesa più decisa in quanto a valore ed export.

Nonostante l’Italia della concia rimanga detentrice di primati di riguardo (realizza il 65% del valore della produzione europea e il 22% di quella mondiale) preoccupa la decrescita della domanda di alcuni mercati come la Cina che, nonostante ricopra ancora il 14% del totale dell’export, ha fatto segnare un -18%.


Senza dubbio i grandi malati del comparto pelle risultano il calzaturiero (che in 10 anni ha richiesto meno pelle per 11,6 punti percentuali) e l’arredamento (la cui domanda è calata addirittura del 36,8%). Tiene bene la pelletteria (nel 2018 segna un +0,7% rispetto all’anno precedente) e la carrozzeria (+17,7%).


Desta molta preoccupazione il primo trimestre 2019 che porta un deciso segno meno su ogni indicatore.