Come l'indignazione pubblica in seguito alla tragedia del Rana Plaza nel 2013 ha spinto molte aziende del settore moda ad intraprendere azioni concrete di responsabilità sociale, oggi la reazione alla crisi innescata dal Covid-19 potrebbe spronare il fashion system ad un impegno più profondo a favore di ambiente e società. I consumatori, usciti dalla pandemia più consapevoli e responsabili, chiedono a gran voce una moda sostenibile, ma senza una reale trasparenza sulle politiche e le pratiche dei brand, il rischio è che questa richiesta venga disattesa.



Un indice per la trasparenza

La trasparenza come mezzo per far si che i brand migliorino e rispettino i loro impegni in tema di sostenibilità è anche il principio promotore del Fashion Transparency Index promosso da Fashion Revolution, arrivato alla sua quinta edizione. L'Indice 2020 ha evidenziato che i marchi stanno diventando più trasparenti, anche se in termini assoluti devono fare ancora molta strada per essere davvero virtuosi. I 250 brand presi in analisi, aziende con un fatturato superiore a 400 milioni di dollari, sono stati valutati in base a cinque parametri: la capacità di divulgare politiche ambientali e sociali, la governance, la tracciabilità lungo tutta catena di produzione, la capacità di valutare la catena di produzione e rimediare dove occorre, e temi spotlight come uguaglianza di genere, salari equi, gestione dei rifiuti, circolarità… Ognuno di questi aspetti si traduce in un punto percentuale, che porta al 23% la trasparenza media: due punti percentuali in più rispetto all'anno precedente, ma ancora molto bassa.



Virtuosi e meno

Capofila nella trasparenza sono i brand del fast fashion e dello sport che, posti sotto lo scrutinio del pubblico fino dagli anni Novanta, sono stati forzati a fare meglio: H&M è il primo classificato con il 73%, seguito da C&A, Adidas, Reebok, Esprit (tra 61% e 70%), seguiti dal retailer americano Marks& Spencer, Patagonia, The North Face, Timberland e Vans (tra 51% e 60%). Il lusso non è altrettanto virtuoso: fatta eccezione per Gucci che si attesta al 48%, nomi come Balenciaga, Bottega Veneta e Hugo Boss sono al di sotto della soglia del 40%, a conferma della tradizionale attitudine dei luxury brand a tenere segrete le informazioni riguardo a sourcing e produzione. Al fanalino di coda, con una percentuale tra 0% e 5%, si posizionano nomi come Canada Goose, Dolce & Gabbana, Max Mara e Bally.




Una catena di fornitura trasparente

Mentre la segretezza è la via per gli abusi, la maggiore trasparenza sulla catena di fornitura è un fattore chiave per ancorare i brand alle loro responsabilità. Avrebbe fatto la differenza nel caso del Rana Plaza, dove i nomi dei brand committenti sono stati recuperati a fatica solo dopo aver ritrovato le etichette dei vestiti rovistando tra le macerie del palazzo. E anche oggi quando, a causa della pandemia, molti brand e retailer hanno cancellato ordini e non rispettato impegni contrattuali coi loro fornitori accampando la scusa della “forza maggiore”. Un comportamento che ha messo in crisi molte aziende dei paesi manifatturieri e lasciato i lavoratori senza salario (il Workers Right Consortium stima siano stati cancellati ordini per 20 miliardi in Bangladesh, Cambogia e Vietnam). I brand avevano le risorse e le possibilità, oltre che l'imperativo morale per rispettare i loro impegni, ma solo sotto la spinta dell'indignazione pubblica alcuni – come H&M e Primarts – hanno annunciato che avrebbero onorato i loro impegni.

Qualcosa però sta cambiando: la buona notizia, comunica il Fashion Transparency Index, è che la percentuale di brand che comunicano la lista dei fornitori di primo livello è passata dal 35% al 40%. Restano tuttavia ancora basse, le percentuali relative alla trasparenza rispetto agli impianti di lavorazione (24%) e ai fornitori della materia prima.

In modo simile, se le aziende sono trasparenti nel comunicare l'impronta di carbonio relativa ai propri uffici, impianti diretti, negozi, solo il 16% dei brand comprende nel calcolo le emissioni della catena di fornitura, che in realtà è lo stadio più inquinante dl ciclo di vita di un prodotto.




Box: Il 73%% delle imprese italiane investe in sostenibilità



E' il risultato del sondaggio condotto da Cikis, società di consulenza per le imprese fashion, su un campione di 83 imprese del settore tessile/moda. Ma se il 73% investe in sostenibilità, ben il 61% non ha un'idea precisa di come farlo, il 41,5% riconosce di non avere team manageriali preparati, il 19,5% non se ne pone neppure il problema. Quando si parla di sostenibilità, per le imprese italiane è soprattutto rivolta all'ambiente, e solo in misura minore agli aspetti sociali, appena il 9%. In ogni caso, investire in sostenibilità ha costituito per la maggioranza delle imprese un'esperienza positiva (66,2%).